A settembre ebbi un nuovo incarico in una scuola a tempo pieno, la B. di C.Mi venne assegnata una quinta che già godeva di un maestro fin dalla prima classe, Mimmo.
Appena arrivata Mimmo mi avvisò che la mamma di un bambino handicappato aveva un negozio di merceria. Lui accettava in regalo dei calzini, fin dalla prima, se volevo delle calze...
Negai, inorridita, ma credo che lui, buono e ingenuo, non ne comprese mai la ragione!
La conduzione della classe fu davvero faticosa. In cambio, condividevo con quasi tutti i colleghi delle altre classi le convinzioni circa il modo di “fare scuola”: nelle riunioni si discuteva tutti animatamente, con passione e partecipazione, dei vari problemi riguardanti la scuola.
Col passare dei mesi dovetti però convincermi che i pensieri e le decisioni di buona parte dei colleghi tendevano più ad una logica di “partito di sinistra” che non ad un reale profitto psicopedagogico.
Nella pratica della scuola, questo atteggiamento (che pur aveva dato vita concreta all’idea della Scuola a Tempo Pieno e nuova dignità ai ragazzini “difficili”) non era, a mio parere, equilibrato.
Sembrava, dalle discussioni, che l’unico, vero obiettivo da perseguire fosse quella della socializzazione dei bambini.
Tutti gli altri venivano soltanto “dopo” e “se”: questo significava che una enormità di tempo scolastico veniva dedicata a giochi e feste, lasciando un tempo davvero troppo risicato per consentire ai bambini un apprendimento sufficiente del “leggere, scrivere e far di conto”.
La mia insistenza sulla necessità di “salvare capra e cavoli” mi inimicò in parte i colleghi, ma fu estremamente positiva per la mia esperienza e determinazione come insegnante per tutti gli anni che seguirono!
L’ ostilità crebbe soprattutto allorchè mi rifiutai di fare sciopero, in quanto non ne condividevo la strategia .....
D’altronde, oltre dieci anni dopo, in una riunione sindacale per insegnanti (ce n’erano una ottantina, di ogni ordine e grado, presso l’Istituto Pacinotti), tenutasi alla vigilia di uno sciopero generale degli operai di M.), chiesi ai promotori sindacali presenti se avessero avvisato gli operai che si preparavano a marciare che, nonostante lo sciopero e il corteo, i posti di lavoro avrebbero continuato a calare per il progresso tecnologico in atto e che era invece necessario superare lo sciopero "nudo e crudo" con proposte concrete.
Mi risposero che “no, non l’avevano fatto, perché sulla questione non erano ancora preparati!”.
Ma tra tanti insegnanti, possibile che solo io avessi questo punto di vista? Ma tra i presenti ero stata l’unica a parlare della cosa!
D’altronde...
Qualche anno dopo, nel 1989 mi ero trovata ad un Corso di Economia tenuto a Mestre, presso la sede comunale degli Itinerari educativi (inziativa, quest’ultima, molto valida dell’assessore Laroni del Comune di Venezia).
Anche allora erano presenti una sessantina di insegnanti di ogni ordine e grado. La lezione era tenuta da una professoressa dell’Università di Padova, di cui non ricordo il nome.
Quando l’oratrice enunciò con sicurezza che “ai politici spettava pure una percentuale sui lavori eseguiti, in quanto si ponevano come mediatori tra lo Stato e le Imprese” mi guardai intorno...
Tutti “ascoltavano” in passivo silenzio.
Mi seccava essere sempre e solo io ad interloquire. Aspettai una decina di minuti. Nessuno interveniva.
Infine proprio non potei trattenermi dal chiedere la parola e formulare una domanda che, nella sua semplicità, mi pareva “parlasse da sola”: “Mi scusi, Lei sta parlando di una professione, il mediatore di affari, che non può certo riguardare i nostri politici, dato che questi ultimi sono già remunerati in modo esagerato per occuparsi dei nostri interessi!”.
Mi guardò interdetta: finì col dire, all’uditorio sempre silenzioso, che... “Era così”.
La mia vicina di sedia mi sussurrò “Io la conosco, è socialista, per questo parla così”.
Per la verità non so se fosse o no socialista, non mi intendevo di politica, ma la cosa mi tornò bene in mente pochi anni dopo, quando vi fu la querelle di “Mani Pulite” in Tribunale!
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